Montale [06/07]   
 
 Marezzo-
 
 
 
 
 
Agotti, e già la barca si sbilancia
e il cristallo dell'acque si smeriglia.
S'è usciti da una grotta a questa rancia
marina che uno zefiro scompiglia.
 
 
Non ci turba, come anzi, nell'oscuro
lo sciame che il crepuscolo sparpaglia,
dei pipistrelli ; e il remo che scandaglia
l'ombra non urta più il roccioso muro.
 
 
 
Fuori è il sole : s'arresta
nel suo giro e fiammeggia.
Il cavo cielo se ne illustra ed estua,
vetro che non si scheggia.
 
 
Un pescatore da un canotto fila
la sua lenza nella corrente.
Guarda il mondo del fondo che si profila
come sformato da una lente.
 
 
Nel guscio esiguo che sciaborda,
abbandonati i remi agli scalmi,
fa che ricordo non ti rimorda
che torbi questi meriggi calmi.
 
 
Ci chiudono d'attorno sciami e svoli,
è l'aria un'ala morbida.
Dispaiono: la troppa luce intorbida.
Si struggono i pensieri troppo soli .
 
 
Tutto tra poco si farà più ruvido,
fiorirà l'onda di più cupe strisce.
Ora resta così , sotto il diluvio
del sole che finisce.
 
 
Un ondulamento sovverte
forme confini resi astratti :
ogni forza decisa già diverte
dal cammino . La vita cresce a scatti.
 
 
E' come un falò senza fuoco
che si preparava per  chiari segni :
in questo lume il nostro si fa fioco ,
in questa vampa ardono volti e impegni.
 
 
Disciogli il cuore gonfio
nell'aprirsi dell'onda ;
come una pietra di zavorra affonda
il tuo nome nell'acque con un tonfo!
 
 
Un astrale delirio si disfrena,
un male calmo e lucente.
Forse vedremo l'ora che rasserena
venirci incontro sulla spera ardente.
 
 
Digradano su noi pendici
di basse vigne, a piane.
Quivi stornellano spigolatrici
con voci disumane.
 
 
Oh la vendemmia estiva,
la stortura nel corso
delle stelle ! - e da queste in noi deriva
uno stupore tinto di rimorso.
 
 
Parli e non riconosci i tuoi accenti.
La memoria ti appare dilavata.
Sei passata e pur senti
la tua vita consumata.
 
 
Ora, che avviene?,  tu riprovi il peso
di te, improvvise gravano
sui cardini le cose che oscillavano,
e l'incanto è sospeso.
 
 
Ah qui restiamo, non siamo diversi.
Immobili così. Nessuno ascolta
la nostra voce più. Cosi sommersi
in un gorgo d'azzurro che s'infolta.
 
 
 
Eugenio Montale- Ossi di seppia - Meriggi e ombre
 
 


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